Mano ferma
Schiere sterminate di desideri
conficchi nella mia vulnerabile carne
alata mimesi di sogni impossibili.
Come roditore d’ogni fortino sei asfissiante,
prima m’inondi di stoccatine mortali
fai di me corrida d’una folla ubriaca di sentenze
ritorni danzando sui miei giochi di sabbia
innalzi alle vette passioni taglienti tra denti di serpe.
Mordi, bevi, irrori vita notturna sui miei sguardi fissi
al deserto d’ogni promessa - abbandonata
sull’altare del dubbio – gloria di corpi dominati
da frigide passioni assenti all’arcobaleno del fuoco.
Timoni e ancore hai divelto il primo giorno dell’anno
e porti e bussole hai svenduto allo speculatore al tramonto.
Mani flebili e gambe immobili hai legato a te
catena abissale ch’anima prosciughi.
Venti e mari e carte e nostromi e occhi di Medusa
tutt’oltre la mente – profezia malata, profumo vile
schiavo del tuo sale mi fai statua arroventata del mattino.
Occhi e petto e corazza del mio fato – mano tesa al pianeta lontano
inginocchiato ai piedi bianchi del tuo abbraccio
carezza lenta del misero affetto mendico:
tengo alta e tesa la parola reale che io voglio sia volontà di te,
questo è il mio forte: chiavistello strappo e apro lucido
dal mio piccolo cuore - finché luce voluta e braccio teso
tengano testa alla potenza del ferro infuocato - stigmate del tuo bacio avvelenato.
Rdv 1/1/2011
Miserabili parole
Siete miserabili - polvere nel deserto
insignificanti parole incapaci d’amare
a che mi servite senza nessuna forza
che potete fare contro il silenzio?
Siete così povere che con voi sono senza verbi
non accarezzate e non sapete neppure piangere
tanto meno guadagnate il pane da vivere
al massimo girate per le strade e perdete tempo
ragazzacce senza famiglia e senza destino.
Vi disprezzo perché non sapete confortare l’amore - non sapete tener ferma l’offesa
che dite al dolore: solo parole e alla morte neanche quelle,
mendicate significati dalla realtà ma che uso ne fate
miserabili bugiarde senza un minimo di vergogna.
Credevo in voi un tempo: eravate l’amo da pesca
delle mie innamorate, io agivo al vostro comando,
dite t’amo e io amavo, dite non t’amo e io morivo,
ora invece tacete, vi nascondete dietro il lamento
scivolate dietro la pietre delle case costruite col sudore,
illudete i bambini e tagliate i cuori,
vigliacche, siete le sirene ammalianti degli abissi eterni
basta non v’ascolterò più, mi tappo gli orecchi,
lasciatemi in pace, non ditemi che siete feconde di vita
almeno abbiate il pudore d’andarvene a casa con la coda tra le gambe,
chiamate un momento la lama che mi spela il cuore
come posso impietosirvi o costringervi a seguirmi.
Sono un qualsiasi ignorante: voi mi dominate, mi flagellate
Parole, parole che mi fate scomparire: abbiate pietà
io striscio tutto il giorno e vi maledico
non avete un minimo di presa sulla realtà
non sapete cosa è la vera vita: quella che m’uccide
senza baci, perché a questo serve la bocca
non a parlare ma a baciare, qualche volta a sussurrare
ad ammiccare parole d’amore ad annunziar parole di festa,
invece voi gridate e pretendete, imponete e ponete in essere l’illusione,
fuggo lontano e sto zitto: non mi avrete vivo
Parole vere – non mi avrete morto Parole false.
Verità Amore Realtà: vi ho spiazzate figlie del Silenzio!
Non avete più parole per difendervi e io ne ho per attaccare
soltanto vorrei un po’ di conforto da voi, mi basterebbe …
un po’ di dolcezza – viceversa siete amarezza oceanica
non avete limiti vi manca l’umiltà della notte
Come posso camminare verso la meta senza di voi?
Come posso implorare il mio amore a non abbandonarmi
piango a singhiozzi per vendicarmi di voi, parole vuote
non capite nulla, raccogliete discorsi ed estraniate
la vostra progenie, quella figliastra poetante
ferma di fronte a voi: colei che canta
in voi e per voi e più la sotterrate e più lei cresce rigogliosa,
figlia degenere vostra, il canto della musa
non potete contenerla: ascoltatela, uditela, fatela entrare in voi
come una sposa dischiusa al suo segreto sottile,
finalmente ditele – come ad avvocata di salvezza – che io
sono qui solo triste abbattuto, senza parole,
senza le mie amiche zingare, senza tamburi di guerra,
aspetto per l’eternità una misera parola di desiderio: e mi basta. Rdv 15/1/2011
Ossigeno azzurro
Non posso vivere buttato
lontano dall’aria alta riscaldata dal sole
con l’anima ricoperta dal contatto
del passo di danza al braccio che duole,
respiro fino al fondo della tua gola
l’ossigeno profumato del domani
figlio della tua cura amorosa e triste.
Corro veloce alla presa della tua mano
destino duro e implacabile – dove andrò
se aria e acqua dei tuoi capelli
sono oltre l’incanto del mio oblio?
Rimemoro i mille sospiri del canto antico
nascosto in una grotta calda di solitudine
e i fiori nati lì per caso, vicino alle tue scarpe,
a mo’ di coperta fragrante increspata di bianco
sussurro al vento passante senza nome
di portare lungo i sentieri amicali protezione
senza sicurezza – per sedermi zitto al tuo freddo.
Quanto è bello l’ordine perduto
un gioco sciolto nella sofferenza unica, eppure
sconosciuta a noi: supponenti piatti portaborse
ingenui speculatori del tuoi passi – leggeri ma intriganti - piantati sul mio viso.
M’aggiro affamato sulla pianticella della vita - Lì, m’addormento.
Lieve s’adagia l’anima nel movimento materiale e vitale
vedo sul tetto del mondo l’orlo del cielo – illuminato da tutte le galassie,
finalmente posso perdermi respirando il tuo azzurro.
Rdv 11/1/11
Pioggia secca
Sulle strade cammino su pioggia secca
allargo il braccio per sentire la vita,
rimpiango mari di sabbia e soli accecanti
quando la terra mi baciava dolori di gioia.
Attorno non odo che macchine sen’anima
quasi arditi rancori d’amori finiti,
riprendo il giro dei pensieri
che m’hanno illuso fin’a ieri.
Piango su erbe maligne il cuore solo
allargo la mano, chiedo pane e mi dolo,
chiamo all’eco del mondo acqua di vite
conto acini di gioia nell’esistenza mai mite.
Come vorrei acqua di vino, bagnata di baci
feconda di giustizia forte e dolciastra,
chicchi di bimbi aprirei al futuro
darei latte e vino di quello più puro.
Non farei recite deserte senza maestra
coglierei fiori grigi su asfalto umido
aperto come un ventre d’Eva riuscito.
Rdv 24/12/2010
Polvere di Vulcano
Conosco cavalieri che fuggono le ombre
sorseggio con essi fumi che salgon veloci,
ballerine chiare dei vostri sogni rinchiusi
saltate a pie’ pari in letti di lava.
Questo dite alla radio scandendo l’accento
che sempre è l’uguale il bottino già scelto,
eppure frumento di monti abbassati
sai certo la storia del cielo infiammato.
Alziamo la fronte a tal luce rossa
stanchiamo le membra a lampade spente
Corriamo alla fine davanti alla vita, prendiamo
quaggiù la carne arrossata, del mendico
Frate che sempre hai saputo, lontano dal gioco
presente alla strada, vinto dal ghiaccio
dei semplici addii, robusto richiamo a mani loquaci.
Ecco stramazza d’incanto il tuo scudo vulcano,
s’allarga furtivo come vero orizzonte.
La luce tremula dei passanti rinati:
or dunque arriva e pianta il tuo stemma.
Riguarda, ti prego, l’ordine socio
l’arme e l’accordi di pelli amorose.
Rdv 19/12/2010
Prigione di ferro
Quando nulla ha più gusto
e il mondo è solo un carcere di ferro
arrugginito intorno alla mia mente
la parola cuore un orpello dolciastro sulle labbra
amare di nessun sapore. Quello è il momento del silenzio
il centro del velo grigio - steso sul mare immobile d’ogni sogno.
Rimane sfumato il contorno dei vuoti:
barcollo lentamente verso una meta inesistente
Parlo a destra e piango a sinistra: consigli sottoprezzo!
L’isola dell’immaginazione è troppo piccola - pienamente navigata
chiacchiera è ogni stilla di sapienza
sorda qualsiasi musica – inodore la rosa secca nella panca tarlata.
Fil di ferro è l’unica striscia umana
che disegna la prigione del mio palato inaridito
da lacrime ormai dimenticate e troppo sprecate.
Pazzia è ossigeno avvelenato – fumo
incolpevole migliore d’un respiro insensato
premio del cammino abitudinario del ripetersi incontinente
di atomi solitari nel loro chiudersi in se stessi.
Mendico una cosa povera: una luce
una misera parola di speranza: domani
non oggi, buttato oltre – domani essia.
Sguardo e cielo non s’incontrano in nessun luogo
ammuffito è il muro che mi circonda
aspetto qualcuno che non m’apra
ma venga a sedere – qui – accanto a me che mi racconti che mare e bambini esistono:
che la morte è passaggio oltre prigioni onnipotenti. Rdv 8/1/2011
Rabbia Santa Rdv26/1/2011
Quando più nulla ti regge
e tutto ti tiranneggia
dal profondo della vita
io vedo sgorgare una rabbia gorgogliosa
forte come la tempesta
alta i monti abissali
allora vengo spinto fin lassù
dove nessun umano ti doma
quanta è santa questa rabbia
arroccata nel cuore
luminosa alla mente
conforto alle membra
non è gemella dell’ira
non è figlia della pazzia
non è madre della morte
essa è padre di speranza
è quella forza che regge ogni dolore
è quel mare incorrompibile
che né dolcezza né paura può fermare
perché è rabbia d’amore reale
è un muro invincibile allo sconforto
liscio da pruriti e da febbri di polvere
è una direzione di giustizia che punta dritto
che non s’arrende alla colpa che nasce malata
è la bella rabbia del volere di vivere
ch’affronta virile il cancro
che apre gli occhi al sangue
che afferra il legno del carnefice con una mano
è un nobile gesto senza scuse
non vede dietro e non calcola avanti
brucia le riserve e le illusorie sicurezze
brandisce il passo con ritmo vorace
non fugge il tremendo peso
ama a qualunque costo: si cava l’occhio
non abbandona l’amico l’alta rabbia
regge l’attacco senz’affanno e senza superbia
il mondo resiste al crollo qui fondandosi
sull’indignazione che tanta fertile figura
s’innamora del vero fuoco di passione
che morte non tiene lontano
le pietre finiscono nella riga - che la dritta rabbia disegna
all’ombra del tempo salvato – dalla vera tenerezza da lì fiorita.
Risvegli
Spinto tra ghiacci bollenti di baci
annaspo nel giorno dei Cannoni puntati sul passato.
È lieve il gioco dei buchi neri che tutto sanno di nessuno,
io riverso pesante all’in su’ occhi d’attesa,
cascate di donne tutte pittate di bianco nel tango
rotolano nel pensiero andato dell’animo stanco,
oppresso da troppi stenti e divertimenti a stretti denti
schiacciato dai sassi dell’indifferenza che m’incanto.
Sollevo sfinito ancora guance tese a righe e pietrose
altro luogo di terre grattate da armi ben tenute
che qualsiasi dosso d’amore hanno omologato
così che ogni cosa è pesata ingoiata scartata annullata.
Il mio risveglio sul guanciale amicale del tuo sguardo
è plenaria assenza di abbracci umani e gentili,
sei - gemello mio sorella mia – lontano da te, di spalle a me
che vale svegliarmi amaro sui tuoi capelli gelosi - se
tra dita fredde solo una parrucca color cenere sgualcita lasci,
tavole e tovaglie spoglie – frigor zeppi, vetrine appiccicose di gente,
torno col desiderio di una maglia ocra che nonna m’ha fatto,
in tal modo la via di casa resiste alla notte dei morti
fino al dolce risveglio - Caffè che ti chiami: “carezze mai avute”!
Rdv 30/12/2010
Nessun commento:
Posta un commento