Il palmo e l’unghia
Accarezzo i fiori di città
amo le strade grigie piene di fanghiglia
le vetrine illuminate sono fredde
quanti volti guardo e godo.
Sembra tutto strano – contemplare
i passanti pensierosi, accigliati, tristi
sento da fuori entrare nella pelle
le vostre unghie ben tornite e affilate
le mie mani cadono sul cuore fermo
non vedo un giusto per la piazza
cerco un uomo vero lungo il cammino
alzo le mani al mondo, il cielo sta zitto
occhi opachi e acquosi stampate in fronte
non v’accorgete dei bimbi in cortile, solo gli urletti lamentate,
soppesate lenti il vortice dei guanti e delle manopole
scivolate dietro stanze deserte di vita: credete di controllare!
Volete premere contro i musi i dorsi aggrinzati
invece i miei palmi sfiorano le vostre gote
e si fermano forti - bianche lisce coi palmi parlanti -
ma nessuno raccoglie luce e amore di carne
sapete spezzare la schiena a chi va verso il sole
vi dimenticherò per portarvi schiavi nel cuore
e soppesare la libertà rinnegata
sconterò le vostre unghie avvelenate
nel mare dei delfini dalle palme sulle onde
la meschinità graffia, incide, rovina
lo sguardo lungo porta pazienza e nove mesi di speranza
la terra malata s’incaglia alle dita
le piante del giardino di pietra vanno accarezzate con le mani
non c’è conciliazione tra l’unghia e il palmo
la morbida crosta porterà le cicatrici, sono mie:
le trombe della vittoria presente e invisibile,
figlia del dolce abbraccio di colori nel buio del bosco.
Rdv 30 gennaio 2011
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